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22 apr 2017

Il tocco dello chef

Riporto in questo post, integralmente, la nota che scrisse Stephen King quando pubblicò "L'ultimo cavaliere", primo libro de "La Torre Nera". La ritengo un piccolo capolavoro nel capolavoro. Mi ha impressionato anche più del libro, che ritengo comunque fantastico per originalità e stile.




Conoscevo Stephen King per la sua fama, ma non avevo mai letto un suo libro. Sono felice di averlo fatto e mi pento di essermi fatta condizionare in passato da chi storceva il naso quando pronunciavo il suo nome.
Il panorama letterario è vasto, non esistono solo i classici, non è solo quella la vera letteratura. Noi italiani da questo punto di vista siamo molto limitati, chi scrive fantasy e horror viene sempre classificato come scrittore di serie b, che fa intrattenimento e non cultura. I libri ci aiutano a rendere più forbito il nostro lessico, a conoscere situazioni e realtà lontane dalla nostra, ci insegnano tanto, ma non sono solo questo. Quando da bambina prendevo un libro tra le mani non pensavo alla sua funzione didattica, a me interessava soprattutto viaggiare con la fantasia. Un bel viaggio ti lascia dentro ricordi ed emozioni, un sapore che dura nel tempo, e devo riconoscere che Stephen King è un maestro in questo, uno chef.

E qual è il tocco dello chef nel "L'ultimo cavaliere"?
La nota dell'autore.
Ho letto moltissimi libri e questa è la prima volta che la nota di un autore riesce a trasmettermi la passione che lo ha accompagnato durante la stesura del libro.
Ho deciso che leggerò un po' alla volta tutti i libri di Stephen King (chissà, forse avrò il coraggio di leggere anche IT!). Non so se troverò tra questi uno che mi emozionerà più de "I pilastri della terra" (è ormai da anni in cima alla mia classifica personale dei libri più belli letti fino ad ora), ma sono sicura che viaggerò tanto leggendoli, e vista la personalità e lo spessore dell'autore, sono anche sicura che non mi deluderanno!


Miriam B.


" NOTA DELL'AUTORE

Il racconto che avete letto, che è quasi (ma non del tutto!) autonomo, è il primo episodio di un lavoro molto più lungo dal titolo La Torre Nera. Parte del seguito è stata completata, ma resta ancora molto da scrivere: la mia breve sinossi dell'azione che segue indica uno svolgimento di 3000 pagine circa, forse di più. Si avrà probabilmente l'impressione che il mio progetto per questa storia abbia valicato i limiti della semplice ambizione sconfinando nel regno della follia... ma vi invito a chiedere al vostro insegnante di letteratura inglese dei progetti che aveva Chaucer per I racconti di Canterbury. C'è il rischio che giudichiate matto anche Chaucer.


Viaggiando al ritmo al quale è proceduto il lavoro fin'ora, dovrei vivere qualcosa come trecento anni per portare a termine l'epopea della Torre, dato che questo episodio, «L'ultimo cavaliere», è stato scritto in un arco di tempo di dodici anni. È di gran lunga il record di durata della stesura di un lavoro, per quel che mi riguarda, ma potrebbe essere più onesto da parte mia metterla in un altro modo: nessuno dei miei altri progetti incompiuti è riuscito a durare tanto rimanendo vivo e praticabile nella mia mente e si sa che se un libro non è vivo nella mente dello scrittore, è molto peggio che sterco di cavallo vecchio di un anno anche se le parole continuano a marciare attraverso le pagine.


La Torre Nera ha avuto inizio, credo, perché ereditai una risma di carta nel semestre primaverile del mio ultimo anno di università. Non fatevi subito l'idea sbagliata che fosse la solita carta giardiniera o una risma di quei «fogli di seconda» colorati che molti aspiranti scrittori usano perché la carta colorata di quel tipo (spesso contenente larghi grumi di legno alla deriva) costa tre o quattro dollari meno. La risma ereditata da me era di color verde brillante, spessa quasi come cartone, e di dimensioni quanto mai eccentriche: diciotto centimetri di larghezza per qualcosa come venticinque di lunghezza, mi pare di ricordare.
All'epoca lavoravo alla Biblioteca dell'Università del Maine, dove un giorno, del tutto inaspettatamente, apparvero misteriosamente alcune risme di tal fatta e di vario colore. La mia futura consorte, Tabitha Spruce, se ne portò a casa una color uovo di pettirosso; il suo ragazzo di allora se ne portò a casa un'altra color struzzo americano. A me toccò quella verde. Destino vuole che diventassimo tutti e tre autori veri, una coincidenza quasi troppo sbalorditiva perché la si possa ritenere tale in una società dove sono letteralmente decine di migliaia (se non centinaia di migliaia) gli studenti universitari che aspirano alla professione di scrittore e dove sono solo poche centinaia a farcela. Dopo d'allora io ho pubblicato una dozzina di romanzi, mia moglie ne ha pubblicato uno (Small World) ed è impegnata nella scrittura di un secondo ancora migliore del primo e il suo ragazzo dei tempi dell'università, David Lyons, è un riconosciuto e apprezzato poeta, nonché fondatore della Lynx Press nel Massachusetts.


Forse è successo per via della carta, ragazzi. Forse era carta magica. Sapete, come in un romanzo di Stephen King. Non posso sperare che tutti coloro che stanno leggendo queste righe abbiano idea di quanto quei cinquecento fogli di carta ancora immacolata mi sembrassero carichi di possibilità; sono sicuro però che non uno di voi in questo momento sta annuendo in perfetta sintonia con il mio stato d'animo di allora. Si capisce che gli autori che pubblicano hanno tutta la carta che vogliono: è il loro principale bene strumentale ed è persino deducibile dalle tasse. Possono averne in tal quantità, per dirla tutta, che quella montagna di fogli con su scritto niente riesce talvolta a esercitare un'influenza malefica, tant'è che scrittori migliori di me hanno parlato di una muta sfida lanciata da tutto quello spazio bianco e Dio sa che alcuni di loro ne sono stati tanto intimiditi da zittirsi. L'altra faccia della medaglia, specialmente per uno scrittore giovane, è un senso di travolgente esaltazione, davanti a tutta quella carta da riempire: ci si sente come un alcolista che contempla una bottiglia di whisky ancora sigillata.


In quei giorni abitavo in una squallida casetta sul fiume non distante dall'università e vivevo tutto solo, perciò la prima parte del racconto che avete letto fu scritta in un terribile silenzio che ora, con una turba di bambini schiamazzanti, due segretarie e una governante che mi dice sempre che ho una brutta cera, mi riesce difficile rievocare. I tre compagni che avevo all'inizio dell'anno avevano tutti abbandonato gli studi e in marzo, con il ghiaccio che si scioglieva nel fiume, mi sentivo come l'ultimo dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Ritengo che dell'avvio di La Torre Nera furono soprattutto responsabili la provocazione di tutta quella carta verde e il silenzio assoluto (rotto soltanto dallo sgocciolio della neve che si scioglieva e cadeva nello Stillwater); ci fu anche un terzo fattore, ma senza i primi due non credo che la storia sarebbe mai stata scritta. Quel terzo elemento era una poesia che mi era stata assegnata un paio d'anni prima, in un corso del second'anno sui poeti romantici (esiste forse momento migliore per studiare i poeti romantici che il second'anno di università?). Nel tempo intercorso mi ero dimenticato quasi tutte le altre poesie, ma quella in particolare, fastosa e inesplicabile, mi era rimasta impressa allora... e lo è ancora oggi. Quella poesia era «Childe Roland» di Robert Browning. Mi ero trastullato con l'idea di tentare un lungo romanzo romantico che esprimesse l'atmosfera, se non proprio lo spirito, della poesia di Browning. Se il progetto era rimasto nel cassetto era perché avevo molte altre cose da scrivere, poesie mie, racconti, articoli per giornali e Dio solo sa che cos'altro ancora. Ma durante il semestre primaverile la mia febbrile vita creativa scivolò in una fase di stallo, non un vero blocco dello scrittore, ma piuttosto la sensazione che fosse ora di smettere di baloccarmi con piccone e vanga per mettermi ai controlli di un'escavatrice con tutti i crismi, la sensazione che fosse venuto il momento di cercare di disseppellire qualcosa di grosso dalla sabbia, anche a rischio di un fallimento abissale. Così, una sera di quel marzo 1970, mi ritrovai seduto alla mia vecchia Underwood da ufficio, quella con la 'm' sbreccata e con la 'O' maiuscola sopra la riga, a scrivere le parole che cominciano questo racconto: L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.


Negli anni trascorsi da quando scrissi quella frase, con Johnny Winter che dallo stereo non arrivava a celare del tutto lo sciacquio della neve disciolta, ho cominciato a ingrigire, ho generato figli, ho seppellito mia madre, ho assunto droghe e ho smesso di prenderle e ho appreso alcune cosucce su me stesso, alcune tristi, alcune sgradevoli, per la maggior parte più semplicemente buffe. Come probabilmente avrebbe commentato il pistolero, il mondo è andato avanti. Ma in tutto questo tempo non ho mai veramente abbandonato il mondo del pistolero. Lungo la strada quella spessa carta verde è andata smarrita, ma conservo ancora le quaranta pagine del dattiloscritto originale, corrispondenti ai capitoli intitolati «Il cavaliere» e «La stazione di posta». La carta è certamente più dignitosa, ma ricordo quegli strampalati fogli verdi con maggior affetto di quanto potrei mai esprimere a parole. Sono tornato al mondo del pistolero quando Le Notti di Salem era a un punto morto («L'Oracolo e le Montagne») e ho scritto della triste fine di Jake non molto tempo dopo aver visto un altro ragazzino, Danny Torrance, scampare a una brutta sorte in Shining. Per la verità l'unico periodo in cui i miei pensieri non tornavano almeno sporadicamente a quel mondo arido e stupendo (per me almeno è sempre stato stupendo) fu quando vissi in un altro mondo che mi appariva in tutto e per tutto altrettanto reale: quello postapocalittico di The Stand.


L'ultimo episodio qui presentato, «Il cavaliere e l'uomo in nero», è stato scritto meno di diciotto mesi fa, nel Maine occidentale. Ai lettori che mi hanno accompagnato fin qui sono probabilmente debitore di una sorta di sommario («l'argomento», lo avrebbero definito quei grandi poeti romantici) di quel che segue, dato che quasi certamente morirò prima di aver portato a compimento l'intero romanzo, o saga, o comunque vogliate chiamarlo. Il fatto triste è che non posso accontentarvi. Coloro che mi conoscono sanno che non brucio di questo gran fuoco intellettuale e coloro che hanno letto i miei lavori attribuendomi qualche merito (ce ne sono alcuni; li corrompo) converranno probabilmente che le mie pagine migliori mi sono uscite più dal cuore che dalla testa... o dalle viscere, il luogo da cui ha origine la più vivida scrittura emotiva. Tutto questo a dire che non sono mai del tutto sicuro di dove voglio arrivare e in questo caso meno che mai. Dalla visione avuta da Roland verso la fine so che in effetti il suo mondo sta andando avanti, perché l'universo di Roland esiste all'interno di una singola molecola di uno stelo d'erba che muore in una specie di cosmico lotto di terreno abbandonato (mi sa che ho tratto probabilmente questa idea da L'anello intorno al sole di Clifford D. Simak; ti prego di non farmi causa, Cliff!) e so che la chiamata si riferisce alla convocazione di tre persone dal nostro mondo (come Jake era stato evocato dall'uomo in nero), le quali si uniranno a Roland nella sua ricerca della Torre Nera: posso dirlo con certezza perché sono già stati scritti alcuni episodi del secondo ciclo (intitolato La chiamata dei tre).


 Ma che dire dell'oscuro passato del pistolero? Mio Dio, ne so così poco. E la rivoluzione che rovescia il «mondo di luce» del pistolero? Non ne so niente. Il duello finale di Roland con Marten, seduttore di sua madre e assassino di suo padre? Non lo so. La morte dei compagni di Roland, Cuthbert e Jamie, o le sue avventure negli anni trascorsi fra l'avvento della sua maggior età e la sua prima comparsa nel deserto? Nemmeno di quelle so niente. C'è poi quella ragazza di nome Susan. Chi è? Non lo so. Ma sotto sotto, da qualche parte, qualcosa invece so. Dentro di me conosco tutti questi fatti e non c'è bisogno di esporre un argomento o un sommario o una traccia (le tracce sono l'ultima spiaggia dei cattivi romanzieri che tanto preferirebbero trovarsi a scrivere tesi universitarie). Quando sarà l'ora, tutti questi fatti (nella misura della loro attinenza all'impresa del pistolero) emergeranno in tutta naturalezza come lacrime o risa. E se non dovessero mai emergere, ebbene, come ebbe a dire Confucio, a cinquecento milioni di cinesi rossi non importa un tubo.


Una cosa so: a un certo punto, in un tempo magico, ci sarà una sera purpurea (una sera fatta apposta per fantasticare!) in cui Roland arriverà alla sua Torre Nera e vi si avvicinerà dando fiato alla sua tromba... e se mai dovessi esserci anch'io, sarete i primi a saperlo."

Stephen King
Bangor, Maine "